Omar Galliani. La luce e il sogno.
Il sogno ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
E forse bisognerebbe definire così le opere di Omar Galliani: sogni.
Sogni lucidi e precisi, come lo sono sempre i sogni (l'inesattezza fa parte della vita conscia).
I sogni non commettono errori, animati da quella libertà di tempo e di spazio che ci sottrae alle nozioni prevedibili e ci rivela la dimensione dell'inatteso.
Osserviamo questo Mantra per l'energia.
Da un lato, nel pannello a destra siamo invitati a entrare in uno spazio moderno: una grande stazione, un luogo di passaggi e di incontri. Ma, come sempre in Galliani la nitidezza dei dettagli diventa il dato più misterioso. Tutto è evidente e tutto è incomprensibile. Aveva ragione Morandi, quando diceva che non c'è niente di più astratto del reale.
Eccoci dunque nel gigantesco atrio di una cattedrale laica e contemporanea. Qui lo sguardo dell'artista non è attratto dagli elementi più diretti ed eloquenti (cartelli, segnali, scritte, pubblicità, tutto quello che ci incatena inesorabilmente alle angustie del presente, alla prigione di una data). Al contrario, ogni determinazione univoca sparisce e protagonista della scena è la lunga sequenza di lamapadari veneziani, che si susseguono in una fuga infinita.
Abbiamo detto lampadari, ma potrebbero essere globi luminosi, lampade di Aladino, mappapondo incondescenti. La luce, composta dalle mille scintille, potrebbe essere un'apparizione ultraterrena. Niente a che vedere con l'incauto positivismo, con l'esaltazione dell'elettricità che irretì i futuristi all'inizio del secolo scorso. Qui la luce è un dato sapienziale, coincide con una forma di conoscenza e di rivelazione. Del resto l'etimologia ci insegna che la parola "Dio" significa luce, e che i grandi riti mistici dell'iniziazione hanno a che fare con la luce.
"Battesimo" viene dal greco photismos, che vuol dire originariamente illuminazione.
Fermiamoci. Siamo partiti da un elemento della nostra vita quotidiana (una stazione, un luogo di smistamento di traffici e di persone) e ci siamo allontanati vertiginosamente. Ma questo è uno degli effetti delle opere di Galliani: i sogni, i suoi specialmente, fanno sognare.
Se poi ci spostiamo nella tavola di sinistra del dittico, formato da due valve come una conchiglia geometrica (o come gli antichi altaroli da viaggio) vediamo che all'immagine dell'atrio è accostata una superficie luminosa, metallica, alchemica, che porta incise le parole di un mantra.
Mantra, spiega il dizionario, deriva da "man", pensare. Nella lingua vedica significa inno, formula magica che non dipende da chi la pronuncia, ma ha un valore assoluto. E anche questo accostamento, tra la luce minerale e orientale del mantra e quella cristallina e veneta dei lampadari, infonde nell'immagine una suggestione metafisica. Come sempre, nelle opere di Galliani il presente si dilata e si congiunge col passato, i luoghi si confondono e si sovrappongono. Come nei sogni appunto.
Siamo di fronte a un lavoro sull'energia, dunque: un'energia mentale e spirituale, più che fisica. Ma siamo di fronte, anche, a un lavoro sulla pulizia del linguaggio, affidato a un disegno nitido e vellutato.
E proprio questo connubio, energia e nitidezza, può spiegare la nascita di questa collaborazione tra l'artista Omar Galliani e Landi Renzo: un'operazione non generica, originata da un singolare e fortunato gioco di affinità elettive.

